- Le parole di Andrea Da Lisca
- Il ringraziamento di Dalila Sina
- Judo come scuola di vita di Parolini Tommaso
La consegna del 6° Dan al Maestro Mario Sina non è stata soltanto una cerimonia formale, ma un momento di intensa condivisione emotiva. Attorno a quel riconoscimento, conferito dalla FIJLKAM per meriti sportivi ed educativi, si sono raccolte le voci degli atleti: parole di gratitudine che raccontano il judo non solo come sport, ma come filosofia di vita.
Sul tatami, come nella quotidianità, il Maestro Sina ha costruito nel tempo una relazione fondata su rigore, ascolto e responsabilità, capace di lasciare un segno profondo. Le testimonianze che seguono restituiscono il senso più autentico di questo percorso.
Andrea Da Lisca: “Qualcuno che ci ha insegnato a stare in piedi, sul tatami e fuori”
Andrea Da Lisca, atleta agonista della Bu-Sen Arconate Judo, ha iniziato il judo a 18 anni. Durante il periodo del Covid, pur di allenarsi, percorreva a piedi la distanza da Rescaldina ad Arconate: un gesto che racconta il rigore mentale trasmesso dal suo Maestro.
“Caro Mario, sappiamo che non ti è mai piaciuto essere chiamato Maestro. ‘Papà’ lo sei già, ed è un titolo che appartiene alle tue figlie.
Noi non cerchiamo un padre, ma abbiamo trovato in te qualcosa di diverso: qualcuno che ci ha insegnato a stare in piedi, sul tatami e fuori.”
Andrea parla di un rapporto fatto di accoglienza e appartenenza, di chilometri percorsi ogni giorno perché “come voi, Mario e Lorena, davvero poche palestre esistono”.
Un insegnamento che non si limita alla tecnica, ma che spinge a pretendere da sé stessi, ad “alzare la testa”, a osare.
“Mi avete fatto ossessionare nel senso più puro del termine: a pretendere, a dare di più. Sempre mettendovi a disposizione, senza risparmiarvi, per noi.”

Dalila Sina: “Voglio essere io a consegnarti la cintura bianco-rossa”
Per Dalila Sina, Presidente della Bu-Sen Arconate Judo, figlia del Maestro e sua prima atleta agonista, il momento della consegna ha assunto un valore simbolico fortissimo.
“Come Presidente, come tua prima atleta, come figlia, dopo averti visto tante volte consegnare le cinture, ho voluto essere io a dartela. Mi è venuto da piangere. È stato un momento profondamente toccante.”
Un passaggio di ruoli che racchiude continuità, eredità e fiducia, e che racconta come il judo possa diventare un linguaggio comune tra generazioni.
La voce dei giovani: educazione, regole, rispetto
Tra le testimonianze emerge anche quella del giovane atleta, Parolini Tommaso, cresciuto sul tatami con Mario Sina, che racconta un percorso iniziato da adolescente e diventato formazione alla vita.
“Mario non è solo un insegnante di judo. È qualcuno che mi ha educato, come hanno fatto i miei genitori. Ho passato qui tantissimo tempo e molti insegnamenti, anche fuori dal judo, li ho presi da lui.”
Il racconto parla di regole, richiami, confronti, talvolta duri, ma sempre costruttivi.
“Ti sprona sempre a dare di più. Anche quando pensi di essere al 100%, lui vede il 200% che puoi dare.
Ho capito che l’atteggiamento che tengo sul tatami devo averlo anche nella vita: rispetto, dialogo, responsabilità.”
È in questa trasmissione silenziosa di valori che il riconoscimento del 6° Dan trova il suo significato più profondo.
Un riconoscimento che nasce dalle persone
Il conferimento del 6° Dan a Mario Sina non celebra solo una carriera lunga e prestigiosa. Celebra le persone formate, gli atleti cresciuti, le coscienze educate.
Sul tatami restano impressi gesti brevi ma densi: una mano che ferma, uno sguardo che guida, parole che rimettono ordine dove serve coraggio.
Ed è forse questo, più di ogni medaglia, il segno più autentico del judo come via: una disciplina che insegna a cadere, rialzarsi e, soprattutto, a stare in piedi.
